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S. Martino in Pensilis

Il Molise
dalle origini ai nostri giorni

Giambattista Masciotta

VOLUME QUARTO
IL CIRCONDARIO DI LARINO

Famiglie e Persone giuridiche ch'ebbero dominio nello circoscrizione attuale del Molise
  Città, borghi, casali distrutti, feudi e Frazioni comunali del Molise

CAVA DEI TIRRENI
Arti Grafiche Ditta E. DI MAURO
1952

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S. Martino in Pensilis

ORIGINE E DENOMINAZIONE.

- Questo nome è certamente quello avuto da una chiesa, che formò il primo nucleo dell'abitato. L'aggiunto "in Pensilis", vuole il Tria denotasse la sua postura sulla collina, che si eleva ripida fra i piani ubertosi di Campomarino ad oriente e Larino dal lato opposto.

Osterebbe a siffatta congettura il dato che la situazione topografica di S. Martino è quella generica della più parte dei Comuni della nostra provincia; sennonchè deve valere pel Comune molisano quanto si ritiene pel lago basilisco situato alle falde del Carmine nell'agro di Avigliano: il quale fu detto "pèsole" per "pensile", secondo la comune accettazione, che però è avversata dal Racioppi (335).

D'altronde fin nel secolo XIII l'aggiunto "in Pensilis" valeva a denotare una posizione topografica anche modestamente elevata, qual'era, ad esempio, quella della chiesa romana detta di S. Salvatore in Pensilis; la quale, come avverte il Gregorovius (336), era ubicata presso il Circo Flaminio.

S. Martino aveva bisogno d'un epònimo purchessia per differenziarsi dagli altri diciannove Comuni omonimi che sono nel Regno, ciascuno dei quali ha dovuto ricorrere ad analogo espediente. Tale necessità, avvisata con deliberazione del 23 maggio 1863 del Consiglio Comunale, venne riconosciuta dal Governo con R. D. 26 luglio stesso anno, in forza del quale il Comune venne autorizzato a far seguire al proprio nome l'aggiunto "in Pensilis".

Lo stemma comunale porta nel campo S. Martino a cavallo: il prode vescovo di Tours del IV secolo.

POPOLAZIONE.

- Fuochi 166 nel 1532: 253 nel 1545: 292 nel 1561: 215 nel 1595: 215 nel 1648: 110 nel 1669: abit. 1500 nel 1730:1500 nel 1795: 2642 nel 1835: 3966 nel 1861: ...... nel 1881: 4862 nel 1901: 5031 nel 1911.

NOTIZIE FEUDALI.

- Durante la dominazione longobarda San Martino fece parte del ducato di Benevento: è dubbio, peraltro, se fosse ascritta alla contea di Termoli od a quella di Larino, delle quali non sono note le circoscrizioni rispettive.

Al tempo dei normanni appartenne alla Contea di Loritello (Rotello); e si sa, per di più, che Roberto Conte Palatino essendosi nel 1095 recato per le penitenze quaresimali a Montecassino, fece donazione alla Badia di quanto egli possedeva a S. Martino; onde l'università diventò feudo ecclesiastico.

Quando morì Roberto di Bassavilla e la Contea di Loritello cessò di esistere, S. Martino doveva essere posseduta dalla Badia Cassinese; invece il Magliano, sull'autorità del Winkelmann, opina che fosse giacente nel demanio (337).

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Nel Catalogo del Borrello (338) è menzionato quale feudatario dell'università un Amerius de S. Martino, che tiene S. Martino feudo di due militi: il che vuoi dire appunto che il feudo era stato retrocesso dalla Badia al Demanio, e da questo collocato.

Il periodo svevo trascorre privo di notizie di S. Martino e così gran parte di quello angioino; e il Tria, per colmare il vuoto, mette innanzi i Conti di Montagano che ne sarebbero stati titolari. Tutto ciò è erroneo, ed infondato.

Chi fosse signore di S. Martino anteriormente all'avvento di Carlo di Durazzo al trono di Napoli (1381-1386) ignoriamo. È noto però che nel 1381 il novello Re assegnò S. Martino alla propria consorte la regina Margherita: la quale si disfece poi del feudo al tempo della lotta con Ludovico d'Angiò, che contendeva la corona di Napoli al figlio di lei Ladislao. Ella, per far danaro, alienò S. Martino in favore di Ugolino degli Orsini, della potente famiglia laziale già ramificata nel Reame.

L'Orsini tenne poco tempo il possesso del feudo; ed invero verso il 1400 il feudo stesso, o perchè venduto o perchè giacente al demanio, fu dato in camera alla principessa Giovanna di Durazzo (poi Regina Giovanna II): e da quel tempo ebbe le medesime vicende feudali di Guglionesi fino al 1495.

Nel 1495 Andrea di Capua, duca di Termoli, ottenne S. Martino in feudo; e da tale anno, insino al 1806, l'università di S. Martino ebbe comuni con Termoli le successioni feudali e titolari, onde il lettore per averne notizie deve ricorrere alla mon. di Termoli.

Un solo e lieve divario riscontrasi nelle vicende dei due Comuni, ma affatto transitorio, ed è questo: che il duca Ferrante di Capua nel 1566 vendè S. Martino per 20.000 ducati ad un Citarelli banchiere napoletano col patto del retrovendendo, del quale si avvalse poco dopo: tanto che alla di lui morte S. Martino cadde in eredità alla figlia Giulia poi sposa in casa del Balzo.

Il palazzo baronale, di antica costruzione, ma forse non anteriore al secolo XV, è di aspetto maestoso; e dal superbo loggiato a settentrione permette la visione del prossimo mare, mentre dall'altro ad oriente l'occhio spazia nella vallata sottostante.

L'edificio occupa la superficie di 1600 metri quadri, e sorge nella zona più elevata dell'abitato, a capo della parte antica del medesimo. Da un manoscritto del 1590 -- che fino a pochi anni fa conservavasi fra i libri del locale Convento di Gesù e Maria -- si apprende che "Trovasi in dicta terra di S. Martino un antico palazzo in forma di castello ch'è di proprietà et pertinenzia del nostro Ill.mo Signore D. Ferdinando de Capua quarto duca di Termoli. Dicto palazzo è in forma di commoda et insespugnabile fortezza, et è posto nel luogo più sublime di dicta terra. Ha a guardia del lato che è più esposto all'assalto delli nemici, un forte castello quadrato, con contromurali a scarpa, attaccato alle mura di dicta Terra. Si entra nel palazzo con alta e ben costructa sciulia di breccioni (vale a dire rampa), dopo la quale viene il ponte levatoio che cuopre il fosso di sicurezza, che gira tutto intorno al fabbricato. Passato il ponte si trova il primo portone del cortile con sua ritirata e difesa per merli e merloni di pietra massiccia et altre opere ben munite per improvvisi assalti. Dalla corte si passa ad un secondo portone che mette nelle stanzie tutte commode e ben constructe et assai numerose" (339).

I restauri e le variazioni, cui l'edificio andò soggetto nel tempo, hanno cancellate le tracce della omogeneità dello stile e della vetustà di esso, di guisa che nulla più sussiste

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di ciò che l'anonimo cronista accenna. Lo stabile si appartiene attualmente in parte ai sigg. Tozzi che l'acquistarono nel 1858, in parte al Conte Cattaneo erede della famiglia feudale del luogo.

NOTIZIE ECCLESIASTICHE.

- S. Martino è pertinenza della diocesi di Larino, fin dalle proprie origini.

Comprendeva in tempi lontani tre parrocchie intitolate a San Martino, S. Maria in Pensili, e S. Pietro apostolo. Nel Sinodo diocesano del 1642 il vescovo mons. Caracci soppresse le prime due, e ne concentrò i beni in quelli della terza, la quale da allora è l'unica.

Il protettore del Comune è S. Leone dei benedettini, che per tradizione vuolsi concittadino, e la cui festa è celebrata il 2 maggio con la caratteristica corsa dei buoi.

Le chiese sono:

S. Pietro apostolo. - Distrutta la vetustissima chiesa preesistente di tal titolo, la presente fu costruita in sito più adatto, restaurata radicalmente nel secolo XVIII, e decorata con gusto nell'occasione della traslazione del corpo di S. Leo, che dal 1728 vi riposa in una cassa d'ebano con pareti di cristallo sotto la mensa dell'altare maggiore.

L'edificio è ad una sola nave; ed il suo interno misura m. 38 di lunghezza, m. 12 di larghezza, e m. 16 d'altezza.

Nella facciata prospiciente sulla piazza è murata una lastra di marmo che porta scolpito un epitaffio dell'epoca romana: lastra di cui avevano fatto gradino per la porta piccola dell'edificio stesso, e che deve l'attuale situazione ad ordini di mons. Tria.

Nella notte dal 19 al 20 marzo 1893 un fulmine determinò l'incendio della fabbrica; onde molti arredi ed oggetti preziosi andarono in cenere, e perduta andò pure una bella tela di Niccolò Melanconico raffigurante "La Vergine adorata dai protettori locali".

Nel 1728 la parrocchiale fu eretta dal Tria in Collegiata insigne, con dodici canonici aventi le insegne della cappa o zamparda, e della mozzetta.

Recentemente, per lo zelo dell'attuale arciprete, la chiesa è stata ampliata di alcuni ambienti per uso di sagrestia e di archivio parrocchiale.

S. Martino. - È detta pure di S. Giuseppe, o del Purgatorio, e probabilmente è la più antica delle chiese locali, poichè una rozza lapide a caratteri gotici, murata nel campanile, ricorda che nel 1410 "Hoc opus fieri fecit D. Petrus Robertus Archipresbyter".

Nel 1675 dovè essere restaurata dalle fondamenta; sennonchè i lavori non pregredirono ed anzi furono interrotti e ripresi poi nel 1728, allorchè potè fruire dei materiali di risulta della demolizione delle antiche chiese di S. Maria in Pensili e S. Giuseppe, le quali erano state abbattute perchè cadenti.

Nel 1734 la chiesa venne riaperta al pubblico nella sua nuova partitura in tre navate. Nel 1909 ne furono rinnovati il pavimento e le decorazioni alle pareti. È sede della Confraternita del Monte dei Morti, la cui fondazione risale ai primordi del secolo XVIII.

S. Maria in Pensili. - Edificata negli esordi del secolo XVIII in prossimità e sostituzione dell'antica cappella omonima, nella quale fu custodito il corpo di S. Leo in un'urna di marmo dal 1300 al 1728.

È ad una sola nave, e sede della Confraternita del SS. Sacramento.

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Madonna delle Grazie. - Sorge poco oltre mezzo chilometro dall'abitato, e fu fondata dalla divozione dei cittadini. Il quadro che raffigura la titolare attira annualmente numerosi pellegrinaggi dai paesi circostanti.

È ad una sola nave.

Gesù e Maria. - È in amenissima postura, ad un chilometro a valle dell'abitato, lungo la strada provinciale che conduce ad Ururi. Consta d'una sola nave, contiene qualche altare di pregio, ed ha un bel soffitto ad oro di zecchini.

Essa è coeva ed annessa all'antico Convento fondato nel 1490 per uso dei Minori Osservanti: tramutato nel 1782 in Ritiro della stessa Regola, ad iniziativa del P. Giuseppe da Macchia, del quale trattiamo a lungo nella monografia di Casacalenda nell'esporre gli eventi luttuosi che colà si svolsero nel 1799.

Esente dalla soppressione del 1809, fu soppresso nel 1867, e riabitato in prosieguo dagli Osservanti che vi ottennero ospitalità dal Comune.

È un Convento spazioso, deplorevolmente abbandonato a certa rovina.

Le serie degli arcipreti:

Roberti Pietro (?-1410-?): ...... Mancinelli Leone Adamo (1662-1688): Raimondo Antonio ec. cur. (1688-1689): D'Uva Angelo ec. cur. (1689-1690) arc. (1690-1716): Mossa Pietro ec. cur. (1716-1717) arc. (1717-1737): Mucci Niccolò ec. cur. (1737-1739): Ianiri Antonio di Montorio (1739-1765): D'Uva Mattia ec. curato (1765-1766): Belpulsi Leone (1766-1795): D'Uva Mattia ec. cur (1795-1802): Vietri Felice (1802-1843): Belpulsi Leone Maria ec. curato (1843) arc. (1843-1857): Sassi Leone Maria ec. cur. (1857-1860): Perrotta Giovanni ec. curato (1860-1874): Massa Domenico (1874-1891): Rossi Gaetano ec. cur. (1891-1892) arc. (1892-19..).

NOTIZIE AMMINISTRATIVE.

- Nel corso dei secoli S. Martino fu sempre pertinenza della Capitanata. Nel 1799 fu compresa nel Dipartimento del Sangro e nel Cantone di Larino. Nel 1807 venne assegnata al Distretto di Larino ed al Governo di Guglionesi. Nel 1811 venne aggregata alla provincia di Molise, restando nella circoscrizione del Distretto (ora Circondano) di Larino e passando a far parte del Circondano (già Governo) ed ora Mandamento di Larino, nel quale permane.

Il Municipio ebbe sede in locali di proprietà comunale fino al 1872; dal 1872 al 1884 in locali di proprietà privata; dal 1884 è di nuovo in sede di proprietà comunale, appositamente edificata e compiuta nello stesso anno su progetto dell'ing. Ottavio Sarlo, con la spesa di L.18.000.

Le serie dei Sindaci:

Sassi Costantino (1809): Mucci Mario (1810): Rocco Domenicantonio (1811-1812): Carpino Domenico (1813-1814): Mucci Mario (1815): Sassi Antonio Maria (1816-1822): Mucci Mario (1823-1824): Rocco Domenicantonio (1825-1827): Pesce Giuseppe (1828-1831): Boccardi Domenico (1832-1833): Belpulsi Bartolomeo (1834-1839): Sorella Raffaele (1840-1842): Sassi Giuseppe (1843-1845): Sorella Raffaele (1846-1847): Sassi Giuseppe (1848): Sassi Costantino (1849-1850): Pesce Giuseppe (1851-1855): De Santis Antonio (1856-1858): Bevilacqua Leone (1858-1860): Farina

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Domenico (1861-1863): Tozzi Francesco (1864-1865): Sassi Costantino (1866-1870): Sbrocco Domenico (1871-1872): De Tullio Beniamino (1873-1876): Sassi Enrico (1877-1884): Sassi Carlo Luigi (1885-1891): Sassi Vincenzo (1892-1894): Sorella Domenico (1895-1901): Sassi Giuseppe (1902-1904): Albini Berardo R. Comm. (1905): Bevilacqua Luigi (1905-1906): Sassi Giuseppe (1907-19..).

COLLEGIO ELETTORALE.

- S. Martino ha fatto sempre parte del collegio elettorale di Larino, tranne che nel periodo dal 1882 al 1891 in cui appartenne al Collegio di Campobasso I.

Fu sezione elettorale di Larino dal 1861 al 1876: con R. D. 9 agosto 1876 venne dichiarata sezione distinta.

AGENZIA DELLE IMPOSTE.

- Larino.

UFFICIO DEL REGISTRO.

- Larino.

ARMA DEI RR. CC.

- È allogata in locali di proprietà del sig. Carlo Sorella, per l'annuo pigione di L.1300. Forza, 5.

ISTRUZIONE PUBBLICA.

- Il Comune annovera cinque classi elementari maschili ed altrettante femminili, rette da otto insegnanti.

Le scuole sono allogate parte in locali di proprietà comunale, parte in locali di proprietà privata tenuti in fitto. La spesa annua complessiva ascende a circa L.10.500.

POSTA E TELEGRAFO.

- L'ufficio postale venne aperto il 12 aprile 1871: l'ufficio del telegrafo il 14 giugno 1875.

ISTITUZIONI ECONOMICHE E DI BENEFICENZA.

* Monte Frumentario. - Non esiste più come tale, il suo capitale essendo stato liquidato ed investito sul Debito Pubblico per la rendita di L.176.

* Banca Agraria. - Istituita nel 1914, conta oltre 200 soci.

* Agenzia del Consorzio Agrario Cooperativo Molisano. - Istituita parimente nel 1914.

ILLUMINAZIONE PUBBLICA.

- A petrolio, dal 29 aprile 1883.

CIMITERO.

- È contiguo alla Chiesa della Madonna delle Grazie. Fu costruito coi muri di cinta nel 1836, ampliato nel 1842. Contiene quattro cappelle private, pertinenti alle famiglie Mancini, Gasbarro e Belpulsi.

INDUSTRIE LOCALI.

* Molino a gas povero (Ditta Vincenzo Macrellino e figlio). - È nell'interno dell'abitato, e fu fondato nel 1907. Dispone della forza di 35 cavalli.

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* Fabbrica di laterizii. - È un modesto impianto di nove fornaci comuni, alimentate a paglia di grano, e sfrutta il declivio meridionale del Colle Castelvecchio, che svolgesi presso la provinciale Martinense, che collega l'abitato alla stazione ferroviaria. La produzione prevalente consiste in mattoni di varie dimensioni e forme, e in embrici del tipo locale.

EX FEUDI NELL'AGRO ATTUALE.

* Castelletto. - Fra il vallone della Cisterna, il vallone di Sussani, ed il Saccione, a nord-est del Bosco Saccione, si estende la contrada Castelletto, dove in antichi tempi sorgeva un casale così chiamato, in prossimità del Tratturo di Centurelle.

* Casalpiano. - Questa contrada è confinata dal Vallone della Sapestra, dal Saccione, e dal Tratturo da Ururi a Serracapriola. "Casale Piano" o "Casale Chiano" è il medesimo che "Lichiano", nome del villaggio ch'ivi sorgeva: il qual nome è riportato in parecchi documenti.

Lichiano fu feudo abitato nel XII e XIII secolo; e quando tornò ad esser feudo rustico -- per la distruzione del suo abitato -- ebbe a titolari i Boccapianola e poscia i di Capua, come si espone nella monografia di Riccia nel II volume. Esso nome fu scritto, talora, anche "Casalfono" e non è da confondere con "Casalpiano" del quale trattiamo nella monografia di Morrone nel presente volume.

* S. Antonio a Reale. - Si estende a sud-est dell'abitato, a poca distanza da questo, e prende il nome dal vallone Reale che gli serve da confine meridionale.

Si presume che sorgesse in esso un casale omonimo; e la contrada è oggi denominata comunemente "Piani di S. Antonio".

* Pontoni. - Detto pure "Pontone di S. Pietro", è ubicato tra l'ex feudo di S. Benedetto dell'agro di Ururi e il Vallone di Reale, ed è esteso circa 1500 versure, di proprietà di casa Cattaneo.

Nel 1833 il Comune di Ururi promosse causa contro gli eredi Cattaneo assumendo il possesso loro essere illegittimo, e chiedendo il rilascio in favor proprio in una ai frutti percepiti dal 1551. Il Tribunale Civile del Molise, sedente in Campobasso, con sentenza 16 dicembre 1835 rigettò la domanda del Comune, che ricorse in appello alla Gran Corte Civile di Napoli: la quale dispose una perizia per sapere se il latifondo si trovasse o non nella circoscrizione territoriale dell'ex feudo di Ururi. Gli ingegneri Bonucci, Minervino, e Coccida, all'uopo delegati, il 30 aprile 1841 presentarono la relazione peritale, concludente nel senso che i Pontoni non erano stati compresi nella donazione dell'anno 1075 (340), nè avevano mai fatto parte dell'agro ururese, sibbene erano sempre appartenuti all'agro di S. Martino. In seguito a che il giudizio non fu proseguito, l'appello cadde in perenzione, ed acquistò forza di giudicato la prima sentenza.

Nel 1891 il Comune di Ururi tornò all'assalto, questa volta contro il principe Giovanni Andrea Colonna Doria del Carretto, traendolo a giudizio innanzi al Tribunale Civile di Larino, che con sentenza 4 agosto 1894 respinse la eccezione di cosa giudicata, la prescrizione, e la inammissibilità e carenza di diritto, nomindando tre periti per riferire sugli stessi temi presentati ai loro predecessori del 1841.

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CRONACA LOCALE.

* 1566 - Il 5 agosto i Turchi, sbarcati a Termoli e fugati da Guglionesi, cercano di entrare in S. Martino per metterla a sacco; ma sono costretti a ritirarsi ripiegando verso il litorale.

* 1847 - Nel dicembre una Colonna mobile, al comando del conte Cutrofiano, fu spedita nel Molise; ed il Carrano ne narra gli episodi "un poco estesamente per mostrarla come tipo di tutte le altre, burlesche insieme e fastidiose. Era dunque il Cutrofiano un grande originale, avido di fama e di ricchezza, forte e valoroso cavaliere.

"A Campobasso, che si credeva fosse in rivoluzione, il conte corse in carrozza, mentre che la colonna seguiva lentamente da Maddaloni. Quivi egli aveva già fatto arrestare uno che si chiamava Nicola Campofreda (341), albanese, indiziato come capo dei rivoltosi. In Campobasso tutto era silenzio e quiete. L'Intendente della provincia, venuto incontro al conte, disse che il popolo era tranquillo. Si cenò in pace e si dormi. Quindi la colonna marciò a Larino, dove si diceva essere la fucina della rivoluzione. Il conte, per non restare colle mani in mano, fece arrestare quattro o cinque giovani.

"Indi passò a S. Martino, dove un povero sindaco fece tutte le spese per l'alloggio e la mensa del conte. In quel villaggio la parte liberale aveva pochi di innanzi, atterrato il telegrafo, e cominciato un tentativo di rivolta. Il conte fece arrestare due figli di Campofreda, giovani svelti e valorosi, e si valenti tiratori, che su cavalli a tutta corsa caricavano il moschetto e sparavano ch'era una meraviglia.

"Dopo dieci o didici giorni, S. Martino era esausto, avendo uomini e cavalli consumato quanto vi era di viveri. Onde il conte comandò si andasse a Guglionesi..." (342).

BIOGRAFIA.

Leone Belpulsi. - Nato in S. Martino il 2 maggio 1723, esercitò la professione di avvocato negli anni giovanili; e trovandosi a Vico Garganico in veste di Governatore dell'università vi sposò Eleonora Stella, da cui non ebbe prole.

Rimastone vedovo, entrò negli ordini sacerdotali; e nel 1766 venne assunto alla dignità di arciprete nel Comune natio.

Nel 1795, arrestato sotto l'imputazione di attività giacobina per aver frequentato il cenacolo di Castelbottaccio (343), fu tradotto a Lucera, e quivi ebbe la condanna a trenta anni di reclusione, che per lui equivaleva ad una condanna a vita avendo già raggiunto l'età di 72 anni.

Il vecchio sacerdote patriota, trasferito a Napoli nelle carceri di S. Elmo, vi morì il 27 gennaio 1798, come da atto autentico trascritto nel "Libro dei Morti della parrocchia di S. Pietro" ch'egli aveva retta per circa trent'anni.

Era zio paterno di Antonio Belpulsi.

Antonio Belpulsi. - Nacque in S. Martino il 9 febbraio 1760. Francesco suo padre, era medico; e dopo avergli fatto studiare matematiche, secondandone la naturale inclinazione, volle che tornasse in famiglia per accudire al patrimonio domestico.

Antonio aveva aspirazioni assai più vaste e disegni ben più arditi nell'animo giovanile; onde, appena lo zio fu arrestato, temendo egli pure la stessa sorte, esulò in Francia.

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Giovanni Belpulsi. - Nativo di S. Martino, e canonico nella Cattedrale di Larino, nonchè Lettore di eloquenza nel Seminario diocesale, nel 1809 pubblicò in Napoli pei tipi di Raffaele e Luigi Nobile una versione in volgare delle "Odi" di Orazio, e si ascrisse nell'esercito della Repubblica. Così, nel 1796, lo troviamo ufficiale nella campagna di Italia, e -- secondo qualche cultore di storia locale -- perfino aiutante di campo del Primo Console. Il salto ci pare un po' grosso; ma non può escludersi che il giovane ufficiale italiano venisse addetto, comunque, al seguito del Bonaparte.

Non si comprende, invece, com'egli non fosse aggregato al corpo di spedizione del generale Championnet su Napoli, e dovesse dimettersi da ufficiale dell'esercito francese per offrire i propri servigi al Governo provvisorio della Repubblica Napoletana. Il Governo gradi l'offerta, e nominò il Belpulsi comandante della Legione Sannitica, che doveva marciare sul Molise, e nella quale era ascritto il ventenne Gabriele Pepe.

La spedizione fu ideata ed ordinata troppo tardi, e non ebbe seguito. Antonio Belpulsi, con l'autorità del nome, col prestigio che gli derivava dall'essersi battuto a Marengo, col coraggio sennato che tutti gli riconoscevano, sarebbe stato una provvidenza per le nostre contrade; sennonchè la Repubblica era minata dovunque, ed egli dovè accorrere nelle Calabrie, dove urgeva opporsi alla marcia trionfale del Cardinale Ruffo.

Mariano d'Ayala ritiene che, caduta la Repubblica, il Belpulsi si fosse salvato in mezzo alle schiere francesi col Valiante, col Cuoco, ed altri non pochi molisani. Dumas, invece, seguendo il Colletta, afferma che il Belpulsi si trovasse nel castello di S. Elmo, e dal comandante francese -- l'iniquo Megéan -- venisse consegnato alla sbirraglia della reazione.

Pare, al contrario, indubitabile, che il Belpulsi fosse riuscito a fuggire in un modo o in un altro da Napoli, così da raggiungere Benevento. Da Benevento, travestito da carbonaio, si sarebbe recato in Isernia, donde poi, ai primi del gennaio del 1800 -- dopo cinque mesi di vita randagia -- potè tornare clandestinamente nel paese nativo. Il fatto però non rimase ignoto alla polizia. Un bel giorno arrivano a S. Martino dodici dragoni al comando di un capitano. Provenivano da Campobasso. Il capitano si presenta in casa Belpulsi coi propri uomini, e chiede del colonnello. Antonio Belpulsi si presenta, è tratto in arresto, e condotto via.

Da quel giorno nessuno ebbe più notizie di lui; onde chi disse che si era reso delatore per recuperare la libertà e partire per l'esilio senza informar chicchessia; chi lo suppose morte di veleno nelle carceri; chi lo immaginò ridotto a menar vita brigantesca nell'agro romano e finito sul patibolo. Nessuno era nel vero; ma il mistero che circondava le vicende di quell'animoso autorizzava tutte le supposizioni.

Antonio Belpulsi, per ignote vie, era riuscito a tornare in Francia; e nel 1802 era colà nelle file dell'esercito. La notizia non è controvertibile, poichè il duca di Gallo -- ambasciatore della Corte di Napoli a Parigi -- in un rapporto al ministro Acton del 22 ottobre 1802, avvertiva che il Belpulsi era stato arrestato in quella capitale per aver ordito il piano d'uno sbarco a Termoli, onde occupare Lucera e Foggia, e muovere verso Napoli. L'inghilterra avrebbe dovuto fornire uomini e denaro, e il Regno delle Due Sicilie sarebbe divenuto un protettorato inglese! (344).

Di questo piano era inteso e compartecipe il principe di Moliterno, esule a Parigi, il quale stava per passare a Londra, allorchè nel settembre 1802 venne arrestato pur lui, e chiuso nella torre del Tempio insieme col patriota molisano.

Nel 1803 il Moliterno usciva dal Tempio: il Belpulsi vi restava: e da questa data il più fitto mistero, il più tragico silenzio avvolge la figura di lui... uomo allora di non oltre quarantatre anni di età.

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Null'altro ci è noto di lui.

Michele Bevilacqua. - Nato in S. Martino verso il 1780, fece i propri studi nel Seminario di Larino, e poscia si laureò in legge nell'Università di Napoli.

Entrato nella magistratura, ne usci alla rivoluzione del 1820 perchè poco proclive alle idee dominanti, e si ritirò a Campobasso per esercitare la professione forense; sennonchè, restaurato il regime assoluto, venne richiamato in servizio e nel 1848 era Intendente in Aquila.

Dopo il 15 maggio -- giorno di lutto per le libertà costituzionali -- infierendo nel Regno la reazione, l'intendente per essersi opposto alle misure di estrema severità che il comandante militare intendeva adottare fu richiamato a Napoli ed esonerato dall'alto ufficio.

Il Bevilacqua morì in Napoli per apoplessia nel 1853, lasciando fama di probità e di assennatezza e moderazione non comune.

I suoi genitori furono Giuseppe ed Angelo Caravatta: sua moglie fu Teresa Cini.

Coltivò nell'età giovanile le belle lettere, e nel 1821 pubblicò alcune liriche ed un dramma su argomento dell'epopea napoleonica.

Basilio Tozzi. - Vide la Luce in S. Martino nel 1785, figlio del Dott. Antonio oriundo di Casacalenda e di Rosangela Bevilacqua. Fervente carbonaro, al crollo delle libertà costituzionali nel 1821 venne arrestato e condannato all'ergastolo, da cui fu prosciolto poi in virtù dell'indulto del 18 dicembre 1830 emanato da Re Ferdinando II asceso al trono l'8 novembre dello stesso anno.

Durante la reazione seguita ai fatti del 15 maggio 1848, il vecchio patriota fu detenuto per alcuni mesi in dura prigionia; ma ebbe la ventura di poter salutare la redenzione d'Italia nel 1860, e morì nel paese natio il 25 settembre 1862.

Gennaro Tozzi. - Coltivò con grande successo gli studi musicali, ed aveva pubblicate non poche composizioni, che palesavano una profonda conoscenza della tecnica e la genialità dell'ispirazione, allorchè un morbo inesorabile gli troncò la vita.

Teodosio de Tullio. - Nato in S. Martino l'11 marzo 1835 da Pardo ed Arcangela Pollice, si laureò in legge nell'Università di Napoli, e quivi si addisse all'arringo forense con mediocre fortuna. Fortuna più larga trasse invece dalla docenza privata, le sue lezioni essendo frequentate da una bella schiera di giovani che apprendevan da lui il diritto commerciale, delle cui nozioni diede un bel saggio col "Trattato della legge cambiaria" pubblicato nel 1878-1879.

Tentò di entrare nella vita pubblica, ma il favore popolare non gli arrise. Morì in Napoli nel 1891.

Niccolò Barrucco. - Maria Felicia Ricciardelli, consorte di Leone Barrucco gli diede la luce in S. Martino il 17 febbraio 1856.

Compiuti gli studi liceali nel "Mario Pagano" di Campobasso, si addottorò in medicina e chirurgia nell'Università di Bologna nel 1880. Nel 1892-1893 si trasferì a Vienna per frequentarvi il corso speciale di dermosifilopatia, della quale fu poi libero docente in Napoli ed a Bologna, dove morì il 21 febbraio 1904.

Le sue dotte e numerose "Memorie" scientifiche date alle stampe, e gli strumenti di chirurgia da lui ideati e posti in pratica, gli facevano presagire il più luminoso avvenire.

NOTE ILLUSTRATIVE E BIBLIOGRAFICHE

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(335) Giacomo Racioppi nell'articolo "sulle origini storiche investigate nei nomi geografici della Basilicata (inserito nell'Archivio Storico per le Provincie Napoleta-

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ne. Anno 1876. Fascicolo III) avverte che "pèsole" è la voce medesima "pessum", che vale profondo, basso, ecc. ed in tal significato usata da Lucano. "Pessulus" è il diminuitivo di "pessum"; epperò Lagopèsole o pessulus significherebbe non già Lagopensile, sibbene Lago alquanto profondo.

(336) Gregorovius Ferdinando - Storia della città di Roma nel medio evo. Roma. Giuseppe Romagna, 1910. (Confr. nel II volume, a pag. 852).

(337) Opera alla nota (42), a pag. 308, alla nota d). [(42) ..... la Colitti, 1895. (Confr. a pag. 325).]

(338) Vedi nota (158). [(158) Di questo "Catalogo" diamo partticolari ragguagli nella nota (42) del II volume della presente opera. [(42) Nel corso del presente e dei successivi volumi siamo assai di frequente costretti a mentovare questo "Catalogo" pubblicato la prima volta dal P. CARLO BORRELLO nel 1653 per confutare Francesco Elio Marchese, e dimostrare che parecchie famiglie ascritte ai seggi di Napoli possedevano feudi fin dai tempi normanni. L'opinione prevalsa fra gli storici reputava che il Catalogo dovesse riferirsi alla crociata del 1187; sennonchè l'illustre Capasso -- dopo accuratissime e laboriose indagini -- potè accertare che il Catalogo stesso è il transunto dei famosi defetari, o registri del servizio militare dell'antico Reame di Napoli sotto i Normanni, i quali dovettero essere compilati prima del 1161 ed indi rifatti non più tardi del 1168.

E potè stabilire, alresi, che di circa un centinaio di feudatari compresi nel Catalogo, pochi precedono il 1154 e il 1170: onde è in questo breve periodo di tre lustri che dobbiamo intendere riferite le signorie di cui facciamo menzione in base al Catalogo del Borrelli. (Vedi negli Atti della Reale Accademia d'Archeologia, Lettere e Belle Arti, vol. IV, Napoli, 1868, la memoria di CAPASSO BARTOLOMEO. Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione normanna).]]

(339) Questo brano fu copiato, molti anni fa, dal nostro distinto amico sig. Luigi Sassi, il quale nell'inviarcelo assicura che il vecchio manoscritto non esiste più nel Convento di S. Martino, essendo stato portato via, non si sa dove e da chi, nel 1912, allorché l'edificio monastico venne abbandonato dai religiosi e chiuso.

(340) Vedi rubriche "Origine e denominazione" e "Notizie Feudali" nella mon. di Ururi nel presente volume.

(341) Ne diamo la biografia nella mon. di Portocannone nel presente volume.

(342) Opera alla nota (170), a pag. 62. Intendente a Campobasso era il barone Ferdinando Màlvica, il sindaco di S. Martino un sig. Sorella. [(170) Carrano Francesco - Ricordanze storiche del Risorgimento Italiano. Torino, 1888. (Confr. a pag. 62).]

(343) Di questo cenacolo diamo notizie nella rubrica delle "Notizie feudali" nella mon. di Castelbottaccio nel presente volume, e precisamente trattando della famiglia Cardone.

(344) Vedi pubblicazione alla nota (60), Annata XXXI, pag. 131. [(60) Vedi Anno VIII dell'"Archivio per le Provincie Napoletane pubblicato a cura della Società di Storia Patria".]


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A cura di Robert [Wesley] Angelo

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