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La Banda dei Vardarelli

Il Molise
dalle origini ai nostri giorni

Giambattista Masciotta

Volume Quarto
Il Circondario di Larino

Famiglie e Persone giuridiche ch'ebbero dominio nello circoscrizione attuale del Molise
  Città, borghi, casali distrutti, feudi e Frazioni comunali del Molise

CAVA DEI TIRRENI
Arti Grafiche Ditta E. DI MAURO
1952

  RISTAMPA
CAMPOBASSO
Tipolitografia LAMPO EDITRICE
1985

Ururi

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MEMORIE STORICHE - ANTICHITÀ

* La strage dei Vardarelli - La data del 9 aprile 1818, se riguarda direttamente Ururi, interessa non meno direttamente la storia del Reame, ricordandone un episodio tristissimo, che attesta in pari tempo a qual punto fosse discesa la valutazione della vita umana, e come caduta nel fango la dignità dello Stato.

Gli storici, dal Colletta in poi, non danno del sanguinoso evento che cenni sommarii, confusi, erronei, ed affatto inadeguati alla sua reale entità. Non sarà perciò superfluo indugiarci nella narrazione di esso, facendo tesoro delle tradizioni locali ancor fresche, e delle notizie consegnate in pubblici documenti del tempo.

Gaetano Meomartino (non de Martino come parecchi scrivono di coloro che trattano di lui) era nato in Celenza Valfortore il 13 gennaio 1780 da Pietro, del luogo, e Donata Iannantuono da S. Marco la Catola; e domiciliava in Castelnuovo della Daunia quando per le coscrizioni murattiste fu chiamato nelle file dell'esercito.

Giovane di torbido animo, manesco, indisciplinato, anelante ad elevarsi in condizione sociale per desiderio di ozii beati, non per coscienza di possedere i meriti o i requisiti all'ascesa, dopo qualche tempo ch'era sotto alle armi disertò la bandiera e riparò in Sicilia, dove la Corte borbonica accoglieva benevolmente tutti i profughi continentali, senza indagarne le origini, e senza soverchiamente preoccuparsi dei motivi e delle aspirazioni che li avessero sospinti ad esulare. L'aria della Sicilia non fu propizia al diserto-

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re; ed egli, invero, dopo qualche anno di permanenza colà sotto la bandiera legittimista, dovè fuggirne per evitare la galera. Tornato di nascosto in Capitanata, avrebbe potuto chiedere perdono, o procurarsi un indulto al reato di diserzione; preferì, invece, di mettersi alla testa di una numerosa comitiva di malviventi -- montata su buoni cavalli, fornita delle migliori armi del tempo -- e battere le patrie campagne. Quel mestiere lo allettava. Egli, smanioso d'impero, diveniva finalmente capo di una qualche cosa: e il dar guai alla "occupazione francese" lo avrebbe tornato in grazia presso il governo borbonico, che nella coscienza pubblica era destinato ad una prossima restaurazione nei dominii di terraferma.

La polizia si mise in moto per irretire la banda: milizie scelte furono spedite per affrontarla e farne macello; ma la banda non affrontò il nemico: si sciolse misteriosa-mente come misteriosamente si era formata, e il Meomartino trovò scampo di bel nuovo in Sicilia, dove -- come egli aveva presentito -- furono per lui ottimi requisiti al perdono dei suoi precedenti delitti, i delitti recenti consumati al di qua del Foro, i quali rivestivano -- così egli asseriva -- un esclusivo carattere d'opposizione contro l'usurpatore. Gaetano Meomartino venne reintegrato nell'esercito, e nominato Sergente nel Corpo delle Guardie.

La restaurazione del 1815 lo ricondusse a Napoli; sennonchè scrive il Colletta -- "non pago di mediocre fortuna e di posato vivere, cercando il malo ingegno opulenza e cimenti, disertò nell'anno istesso, e si diede a scorrere, pubblico ladro, le campagne" (397). Ricollegati i seguaci fedeli della prima incarnazione, ed aumentatili di numero, egli, a capo d'una cinquantina d'uomini -- messi in sott'ordine dei propri fratelli Giovanni e Geremia -- sparse il terrore nelle masserie e negli abitati, ed acquistò in brev'ora funesta rinomanza di coraggio temerario e di potenza indomabile nell'intera Capitanata. Era invocato dai poveri contro gli abusi e le prepotenze dei ricchi: ed egli accorreva prontamente e faceva vendetta, riservando a sè ed ai suoi la parte leonina delle spoglie. Il nome dei Vardarelli -- come generalmente era chiamata la banda -- divenne popolare, suscitando paure e dedizioni, reverenza ed ossequio.

Che cosa esprimeva quel nomignolo? Nulla di male. Il padre dei Meomartino esercitava il mestiere di "vardaro", ossia costruttore di basti e selle speciali per asini e muli; e i figli del "vardaro" erano i "vardarielli" e cioè piccoli vardari (398).

Il governo, impressionato del crescente e sinistro ascendente che i Vardarelli acquisivano sempre più sulle masse rurali, e dovendo pur dare qualche soddisfazione alla gente per bene che pagava le imposte e non si vedeva tutelata nei propri diritti e nella propria libertà sociale, mise in atto tutti i mezzi per distruggerli; ma la caccia fu inane, poichè la selvaggina scansava ogni ostacolo e sfuggiva a qualunque insidia.

Gaetano Meomartino era ascritto alla Carboneria e rivestiva un grado nella formidabile setta; onde riusciva a sapere, in precedenza all'esecuzione, gli ordini spiccati contro di lui, e perfino le misure che erano allo studio o in via di maturazione. Fra i suoi occulti protettori vi erano cittadini d'ogni classe sociale, funzionarii governativi, magistrati perfino; e quindi, o per ispirito settario, o per tema, o per interesse, o per altri ignobili motivi, una fitta rete d'informatori favoriva il bandito, tutti in gara a prevenirlo dei progetti e delle disposizioni dell'Autorità costituita.

Il governo, seccato della figura barbina a cui da tanti mesi vedevasi esposto, e sopraffatto dalla sfiducia di poter restaurare la pubblica tranquillità nella grossa e grassa provincia, pensò di venire a patti con quelli che avrebbe dovuto unicamente sopprimere. Comprendeva bene che l'opinione pubblica dei ceti colti gli sarebbe stata ostile; ma prevedeva che le masse popolari, che non vanno pel sottile, avrebbero vista di buon oc-

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chio la cosa, anelanti com'erano di recuperare la quiete perduta. E così -- dopo lungo e formale e travagliato patteggiare fra Governo e briganti comuni, da pari a pari -- un R. D. del 6 luglio 1817 concedeva perdono ed oblio ai misfatti della comitiva brigantesca: e questa veniva trasformata in "Squadriglia autonoma di armigeri", sottoposta agli ordini dei Generali comandanti delle provincie, assegnando lo stipendio mensile di 30 ducati ai militi, di 45 ducati a ciascuno dei germani del Capo, e di 90 ducati al Capo: Gaetano Meomartino.

La storia civile dei popoli non ricordava nulla di consimile in niun tempo, nè luogo: ma alla piccioletta anima del Ministro di Polizia -- il marchese Luigi de' Medici -- parve forse, la trovata, degna della più alta mente d'uomo di Stato.

I Vardarelli della seconda edizione spensero, in verità, tutti i malviventi della Capitanata; ma serbandosi guardinghi nei loro personali rapporti con le Autorità dello Stato, per l'intima tema di eventuali tradimenti. Essi comprendevano la stranezza della propria situazione giuridica e morale: comprendevano che il Governo non aveva potuto scendere alla bassezza di patteggiare con loro, senza il fine recondito di perderli con la fiducia e lo stipendio, se non aveva potuto perderli con la legge e col piombo.

Il Governo centrale, in realtà, poteva redimersi dall'onta che avevalo colpito pel vergognoso Decreto canicolare, unicamente ricorrendo ad un gesto di stile borgiano: e correva voce che covasse insidie contro i suoi novelli e specialissimi funzionarii. Non riusciva, peraltro, a trovare un ceffo capace di tentare una minima impresa contro il Meomartino e i suoi. Fortuite circostanze, estranee alle macchinazioni ufficiali, preci-pitarono gli avvenimenti, favorendo le vedute governative ed abbattendo l'uomo che pareva invulnerabile, e che aveva dato prova della propria abilità svignandosela da accerchiamenti di numerose soldatesche, e deludendo i trabocchetti di una polizia celeberrima per allenamento e fecondità di risorse.

Gaetano Meomartino soleva fare in Ururi frequenti soste più o meno necessarie agli scopi pei quali era stipendiato; e Ururi, da venti anni, era dolorosamente travagliata dalla discordia di due cospicue famiglie: gli Occhionero e i Grimani. La discordia -- come vogliono le tradizioni -- si riconnetteva al vecchio motivo del "cherchez la femme".

Nicola Grimani aveva ospitato in casa propria, nel 1799, il comandante delle trup-pe francesi di passaggio: il quale avendo visto al balcone della casa dirimpetto una bella signora, domandò all'ospite chi fosse, ed espresse il desiderio di volerla ossequiare. Seppe ch'era una signora Occhionero, ed appena n'ebbe il tempo si recò a farle visita. Il marito fu adulato dall'atto cortese del comandante; ma quando costui chiese di poter fare i propri omaggi alla signora, rispose che ciò non era nelle consuetudini paesane, ed egli non poteva derogare. L'ufficiale insistè nella richiesta: insistè nel rifiuto il marito; finchè dalle cortesie trascesi a parole dure, e da queste all'alterco, l'alterco ebbe termine con uno schiaffo all'Occhionero.

Nell'animo dell'oltraggiato sorse ed ingrossò poi il sospetto che il Grimani avesse suggerita la visita al manesco comandante, donde nacque un livore che per oltre mezzo secolo perdurò, alimentato scambievolmente e tenuto desto con aggressioni, incendi, abigeati, calunnie, appostamenti, assassinii, e tutto ciò che le passioni più cieche possono ideare ed il braccio eseguire.

I fratelli Meomartino -- nel corso di questa lenta tragedia di rivalità -- avevano una volta ucciso trecento suini nella masseria dei Grimani; una seconda volta ottanta

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vaccine; una terza date al fuoco estesissime mèssi; ed un'ultima, entrati in casa loro, legati gli uomini in modo da renderli inabili ad ogni offensiva, avevano sfogata la propria libidine sulle donne a vista di quelli.

I Grimani giurarono di vendicarsi: e si abboccarono con Nicola Campofreda di Portocannone per concertare la vendetta e fare la pelle ai Vardarelli.

Gli Occhionero sapevano che i Grimani li ritenevano istigatori dei danni e delle onte causate loro dai Vardarelli, ed avevano avuto sentore che qualche colpo contro co-storo si stesse preparando. Emanuele Occhionero, però, quantunque compare di Gaetano Meomartino, che gli aveva battezzata la figlia Giacinta, nulla sussurrò al compare, e si rese quasi complice dei propri nemici per isbarazzarsene pur lui. Pare che fosse fastidito delle frequenti e lunghe visite che il Meomartino gli faceva, e delle quali i nemici sparlavano dipingendo lui Occhionero quale manutengolo, ricettatore, e marito paziente.

La tradizione vuole che il 9 aprile 1818, Emanuele suggerisse egli stesso a Gaetano di passare una rivista della Squadriglia nella piazza, dinanzi la casa dei Grimani; e che, appena i militi furono pronti e Gaetano uscito di sua casa, egli sbarrasse l'uscio per ogni buon fine. Gaetano Meomartino e i due fratelli andarono verso i militi disposti in fila nel Largo della Porta (al presente Piazza Vardarelli), compiendo con sussiego quelle modalità di parata in uso presso le truppe regolari. Ad un tratto rintrona un colpo di moschetto, un secondo, un terzo... poi una scarica di fucileria... seguita da una fuga generale di pedoni e cavalli... poi un silenzio di tomba. Sette cadaveri crivellati di ferite giacevano in pozze di sangue nella piazza sterrata. Furono identificati per Gaetano, Giovanni. e Geremia Meomartino, Serafino Viola di Portocannone, Carlo Tosto di Torremaggiore, Domenico di Furia da Panni (Avellino), Tommaso Sanpoli di Pietracatella.

Il Sindaco di Ururi spedì al Sottintendente di Larino il seguente rapporto "ad usum Delphini": in opposizione cioè alla realtà degli avvenimenti quale noi abbiamo or ora esposta:

"Ururi, 9 aprile 1818

"Sig. Sotto - Intendente,

"Ieri che si contavano li 8 di questo aprile, essendo giunta la Compagnia del sig. De Martino (sic), dopo di essere stati tutti bene alloggiati, han cominciato a mettersi sossopra, prendendo occasione che l'avena, che doveva somministrarsi per i loro cavalli, era di cattiva qualità, non ostante che esso suddetto de Martino, con sue lettere preventive, che qui si conservano, aveva ordinato che io avessi tenuto pronta detta avena per i suoi cavalli.

"Conoscendo dunque che costoro erano qui giunti male intenzionati, ho cercato ogni mezzo di capacitarli coll'essere andato io di persona per il paese questuando or-zo e contentarli. Finalmente capacitatili con le mie dolci maniere, jeri sera mi è riuscito mantenere la tranquillità; ma perchè nella passata notte non solamente tutti han cercato di maltrattare la cittadinanza, e con domandare spese di vitto fuori dell'ordinano e col toccare la stima di alcune famiglie, così con l'occasione d'essersi qui trovata esistente (sic) la colonna Mobile sotto il comando del signor D. Nicola Campofreda" (399), questi volendo questa mattina compatire la cittadinanza maltrattata, "venne in altercazione con l'intiera compagnia del suddetto De Martino, il quale, si lui

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"che i suoi fratelli, avendo cominciato a far fuoco, tanto essi che i loro compagni sia contro della compagnia del suddetto signor Campofreda che contro questa popola-zione, quali per non restar vittime del loro furore, si posero tutti alla difesa, formando un fatto d'armi il più strepitoso che mai possa credersi, dentro del quale restarono morti tutti 3 i fratelli de Martino, un tale per nome Serafino Viola, molti altri fuggiti gravemente feriti, ed altri morti, che non ancora mi è riuscito di sapere chi siano, riserbandomi di darvi con altra mia più distinto e chiaro rapporto, giacchè ora mi trovo nella massima confusione.

"Compiacetevi di passarne subito avviso a' legittimi Superiori, affinchè questa povera infelice popolazione non abbia a soffrire qualche sinistro avvenimento, non essendo in menoma parte colpevole di cosa alcuna, compiacendovi ancora farmi sapere se i cadaveri possono seppellirsi o debbono riconoscersi e formarne le debite carte, prevenendovi di ritrovarsene uno ferito, che vi compiacerete ordinarmi se debbo subito costà mandarlo.

"Il Sindaco
Giovanni Musacchio"

Non sappiamo quali ordini dal Sottindente venissero emanati: certa cosa è questa, che nel Regisro dello Stato civile si legge per ciascuna vittima: "È morto nella sua propria casa in Ururi", e non è da credere che il funzionario preposto a tale ufficio si fosse permessa una si palese falsità in atto pubblico se le Autorità immediate non l'avessero -- non dico tassativamente disposta -- ma suggerita o consigliata per fini di Stato che non è il caso d'indagare.

Nel Libro parrocchiale dei Defunti è scritto, invece:

"Ururi, 9 aprile 1818

"Gaetano de Martino, figlio di Pietro quondam e Donata annantuono, del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo, è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età sua di anni 40 circa, senza ricevere alcun sagramento, verso le ore 15 di detto giorno. Il suo cadavere si è seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune.

"Firmato
"Pasquale Schiavone Economo Curato"

Della Banda scamparono alla morte, con la fuga, trentanove gregarii: i quali, nonostante si fossero dispersi e dati alla latitanza, vennero chiamati in Foggia dal generale Amato Comandante della Provincia, acchè in omaggio al R. D. 6 luglio 1817 si elegessero un Capo.

Essi appiedati a fianco ai cavalli nella Piazza vennero passati in rivista dal colonnello Sivo, e l'operazione fu minuziosa per guadagnar tempo. Ad un segnale del Generale, ch'era al verone del palazzo dell'Intendenza, si udi nel silenzio il grido: Arrendete-vi! e immediatamente da ogni lato della piazza irruppero le milizie regolari per catturarli. I Vardarelli, malgrado l'atroce sorpresa, non si perderono d'animo, e con subito slancio rimontati in sella tentarono di aprirsi un varco alla fuga. Alcuni, più destri, vi riuscirono, e si misero in salvo: nove rimasero morti sul posto: venti, per estrema dife-

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sa, penetrarono in un vecchio edificio che conteneva una cava, e in essa precipitarono. I soldati che li inseguivano, non riuscendo a fucilarli nascosti com'erano tra i massi, gittarono nella voragine paglia ed altre materie infiammabili e diedero fuoco; e i miseri si ebbero la morte delle volpi.

Questo miserando epilogo della tragedia in Ururi iniziata, sta ad attestare la bassezza dei tempi, e la compassionevole debolezza -- che voleva parer forza -- del governo dei Borboni.

L'eccidio avvenuto in Ururi non fu seguito da processo. Nessuno, quivi, ebbe torto un capello. Così fini la gesta dei Vardarelli.

NOTE ILLUSTRATIVE E BIBLIOGRAFICHE

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(397) Opera alla nota (237), al volume II, Libro VIII, XXIX. [(237) Colletta Pietro - Storia del Reame di Napoli. (Confr. Libro Nono - cap. XXII).]

(398) "Bardella" -- "Vardella" -- "Varda" -- è un arnese speciale meno elegante della sella, meno rustica e grossolana del basto comune.

(399) Del Campofreda diamo la biografia nella monografia di Portocannone nel presente volume.


Questa pagina: https://www.roangelo.net/molise/ururi.html
A cura di Robert [Wesley] Angelo

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